La scuola di Bodmer rimase sempre fedele al principio della poesia che era imitazione della natura e quindi "pittura", in quanto imitazione; credevano nell'apprendibilità dell'arte.
La fantasia infatti non fu esaltata dagli svizzeri come furor poeticus, passionalità genialie immediata, ma sempre illuministicamente come inserita nei binari della ragione, come capacità intuitiva di combinare gli elementi della realtà. Lo stesso piacere dell'arte era intellettualistico, quello di scoprire la corrispondenza, l'analogia fra il modello e la copia.
Paradossalmente quindi la divisione fra le scuole letterarie non ci sembra così netta fra Bodmer e Gottsched, quanto la contraddizione interna fra Bodmer e il suo allievo Klopstock, il quale all'imitazione sovrappose l'ispirazione, affermando un'illimitata passionalità poetica, di natura religiosa (pietistica).
Il successo, per così dire, degli svizzeri si capisce facilmente per la maggiore romanticità di questi; Gottsched manteneva ferma la posizione dell'illuminismo pedante; Bodmer seppe innovare nel nuovo senso della prevalenza dell'originalità, dell'eccezione, sulla regola: per questo trovò Klopstock.
Bodmer si stabilì definitivamente poi in quella dottrina-compromessa del meraviglioso limitato al verosimile. "Desta meraviglia che gli animali parlino; ma ciò che essi dicono, deve essere credibile. Il meraviglioso non sia stravagante, il verosimile non sia triviale".
Nel passaggio dall'arte come imitazione all'arte come creazione gli svizzeri si situano dunque a metà, comprendendo la necessaria originalità dell'artista.
Breitinger in particolare collocava fra la fantasia e la ragione il Witz che era per lui la facoltà di confrontare intuitivamente le percezioni sensibili e giudicare della loro congruenza.
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