venerdì 2 novembre 2007

La cellula pietistica


Le cellule pietistiche come centri dislocati della cultura tedesca; completamente autosufficienti. Principio protestante della conferma della fede nei risultati della vita esteriore; quindi l’organizzazione era perfetta, e vi era un’educazione modello, particolarmente tecnica.
Comunanza di tutti i beni; idea dello stato nello stato, come religiosamente era nato il culto nel culto; le cellule infatti erano dislocate, ma non disgregavano l’unità politica complessiva.
Culto delle capanne dell’amicizia. Piccole ma immense: Uno-Tutto. Queste cellule pietistiche plasmarono specialmente la piccola borghesia, che divenne il ceto portatrice della cultura tedesca, che esprimeva quindi le sue idealità.

Il pietismo cerca poi nella vita concreta delle cellule di estrinsecarsi, anche perché obbligato a farlo dalle esigenze della realtà; ma lo fa non esplicitamente, bensì inconsapevolmente, con l’uso dei “segni divini” con cui ogni azione veniva ricondotta mediante presunti segni (che spesso erano palesi illazioni) alla volontà di Dio; dentro questi segni, si esplicava la volontà personale di ognuno, la giustificazione di propri desideri, ecc…Insomma formalmente era Dio che agiva per l’uomo, ed egli non si macchiava così con un contatto impuro con l’esterno. Si ricercava l’assenza di un nesso causale, per dimostrare il fortuito che si faceva risalire sempre al mistero che presiedeva alla volontà divina.

Anche in questi segni bisogna riconoscere la centralità del dubbio, la coscienza tormentata del pietista, che aveva continuo bisogno di conferme, di coincidenze (segni) che lo facessero propendere per un’azione o per l’altra, perché sembra incapace di rappresentarsi, desiderare e men che meno compiere un’azione autonomamente, con la sua sola volontà, perché essa si risolveva solo all’interno e non ammetteva mai esplicitamente la possibilità di una sua oggettivazione.

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